Atti illocutori e perlocutori: cosa fanno le parole in mediazione
Austin, Searle e la forza trasformativa del linguaggio al tavolo
Table of Contents:
Introduzione
Dopo aver mostrato come un conflitto possa essere raccontato come giudizio o come trasformazione, e che processo e mediazione possono essere considerati come due diversi modelli narrativi (Mediazione e Processo: due modi di raccontare lo stesso conflitto e aver individuato i soggetti che agiscono e le loro diverse funzioni (chi fa cosa) nelle due narrazioni (Chi portiamo in mediazione?, proviamo a spostare lo sguardo su un altro livello, più concreto e insieme più potente: che cosa fanno le parole in mediazione. In mediazione, così come in un processo ordinario, le parti non stanno solo “descrivendo” un conflitto. Lo agiscono.
Dire non è (solo) descrivere
In udienza o in un atto processuale è abituale trattare il linguaggio come un veicolo: serve a rappresentare i fatti, a inquadrare norme, a sostenere tesi.
In mediazione, invece, emerge con più evidenza un fenomeno che la filosofia del linguaggio aveva già messo a fuoco: molte volte, parlando, facciamo qualcosa.
Una frase può:
- aprire uno spazio di trattativa,
- chiuderlo,
- riposizionare i soggetti,
- dare o togliere dignità,
- creare o distruggere fiducia,
- trasformare una richiesta in una minaccia,
- trasformare una scusa in un impegno.
E questo accade anche quando, sul piano letterale, “stiamo dicendo la stessa cosa”, usando cioè le stesse parole e gli stessi lemmi..
Tre livelli: locuzione, illocuzione, perlocuzione
Per orientarsi, è utile la distinzione classica:
- Atto locutorio: l’atto di dire qualcosa (la frase, il suo contenuto linguistico).
- Atto illocutorio: ciò che faccio nel dire qualcosa (accusare, promettere, chiedere, ammettere, rifiutare, avvertire…).
- Atto perlocutorio: ciò che ottengo col dire qualcosa (spaventare, convincere, irritare, indurre a cedere, far interrompere il dialogo, sbloccare un’impasse…).
Questa triade ci aiuta perché separa tre cose che al tavolo tendono a confondersi:
- il contenuto,
- la forza dell’atto,
- l’effetto sull’altro.
E spesso è proprio la confusione tra forza ed effetto a generare incidenti: “Non ho minacciato” (dice chi parla pensando alla locuzione), “Mi hai minacciato” (dice chi ascolta descrivendo l’effetto perlocutorio).
La classificazione di Searle
Searle costruisce la sua tassonomia sviluppando il lavoro di Austin1 e partendo da alcuni criteri che considera decisivi: l’illocutionary point (lo scopo dell’atto), la direction of fit (se. cioè, siano le parole a descrivere uno stato di cose oppure tentino di modificarlo —word to world oppure world to word—), e la sincerity condition (lo stato psicologico di chi produce l’atto). Su questa base, propone cinque classi fondamentali di atti illocutori2:
- Rappresentativi (o assertivi): atti che impegnano il parlante, in gradi diversi, alla verità della proposizione espressa; sono valutabili (almeno in linea di principio) sull’asse vero/falso.
- Direttivi: atti che sono tentativi (più o meno forti) di ottenere che l’interlocutore faccia qualcosa; la proposizione riguarda tipicamente un’azione futura dell’altro.
- Commissivi: atti che impegnano il parlante, in gradi diversi, a un’azione futura; qui la parola diventa promessa, garanzia, assunzione di obbligo.
- Espressivi: atti che esprimono uno stato psicologico (ringraziare, scusarsi, congratularsi, e altri) rispetto a uno stato di cose; Searle nota che, qui, non c’è una “direzione di adattamento” nel senso usuale, perché il contenuto è presupposto.
- Dichiarativi: atti che, se eseguiti con successo, producono essi stessi l’adeguamento tra parole e mondo: “saying makes it so”. Proprio per questo, le dichiarazioni richiedono spesso istituzioni extra-linguistiche e una posizione particolare del parlante (si pensi a licenziare, nominare, pronunciare una sentenza).
Questa classificazione è preziosa in mediazione perché ci costringe a distinguere tra che cosa diciamo e che cosa facciamo dicendolo: un conflitto si irrigidisce o si scioglie non solo per i contenuti, ma per la forza degli atti e per gli effetti che quei diversi atti producono.
Nel processo, una parte di questa forza “dichiarativa” è concentrata nell’istituzione (il giudice, la sentenza). In mediazione, invece, raramente abbiamo dichiarativi in senso stretto; ma abbiamo una quantità enorme di assertivi, direttivi, commissivi ed espressivi che possono costruire o distruggere la possibilità stessa dell’accordo. Conoscerli è essenziale per maneggiarli con consapevolezza ed intenzione dell’effetto che si vuole ottenere.
La mediazione come officina di atti linguistici
Se il processo è una narrazione in cui la parola tende a essere argomento per un terzo che deciderà, la mediazione è anche — e spesso soprattutto — un luogo in cui la parola è azione tra soggetti che stanno tentando di trasformare la propria relazione con il conflitto.
Questo ha conseguenze operative immediate.
1) La stessa “tesi” può essere detta con atti diversi
“Voglio essere risarcito” può essere:
- un assertivo (“Ho subito un danno e lo quantifico così”),
- un direttivo (“Devi pagare entro X”),
- un espressivo (“Mi sento preso in giro: voglio un segnale concreto”),
- un commissivo implicito (“Se troviamo una cifra, chiudo qui e non vado oltre”).
Usare l’uno o l’altro dei tipi di atti illocutori non è neutrale: cambia il clima, cambia l’orizzonte negoziale, cambia perfino l’immagine che ciascuno costruisce dell’altro e di sé stesso.
2) Il mediatore lavora sulla forza, non solo sul contenuto
Ecco dunque che lo strumento che per primo viene insegnato ai mediatori nei corsi di formazione, la riformulazione (“Se ho capito bene, per lei è importante…”), non è un semplice riassunto: è un intervento sulla forza illocutoria.
Trasforma, ad esempio un’accusa in una preoccupazione, una minaccia in una richiesta, un “mai” in un “finora”. È un modo di spostare la narrazione dalla logica polemica alla logica esplorativa senza negare la realtà del conflitto.
3) L’avvocato è (anche) un regista di atti
Nel processo siamo allenati a parlare per produrre un effetto sul giudice. In mediazione, l’effetto decisivo è spesso sull’altra parte e sul proprio assistito: è un lavoro di calibratura tra illocuzione e perlocuzione.
La domanda non è (solo) “È vero?”. È anche “Che cosa sto facendo dicendo così? Che cosa sto producendo nell’altro? È utile all’oggetto di valore che voglio raggiungere?”
Esempi concreti al tavolo
Proviamo ad esplorare un conflitto “banale” quale può esere un caso di infiltrazioni d’acqua tra due confinanti, normalmente caratterizzato dalla presenza di danni, da urgenza e necessità di far spesso fronte a spese ingenti ed immediate.
Esempio 1: “Lei è in malafede, ritarda volontariamente l’esecuzione dei lavori nel suo appartamento”
Analizziamone le dinamiche:
- Locuzione: attribuzione di malafede.
- Illocuzione: accusa (assertivo con forza aggressiva).
- Perlocuzione tipica: irrigidimento, escalation, chiusura alla concessione (“Se mi accusi, non tratto”).
Alternativa mediativa possibile:
“Io ho vissuto i suoi rifiuti come un comportamento non collaborativo, e oggi ho bisogno di capire se c’è disponibilità a una soluzione rapida.”
Qui il contenuto di base non è negato (“non collaborativo”), ma cambia la forza: dalla condanna morale alla richiesta di chiarimento e disponibilità.
Esempio 2: “O paghi o andiamo direttamente in Tribunale”
Qui possiamo individuare:
- Illocuzione: minaccia (direttivo + proiezione di sanzione).
- Perlocuzione: può essere efficace nel brevissimo, ma spesso produce contro-minaccia o ritiro.
Alternativa:
“Se non troviamo una soluzione, la strada che mi resta è il giudizio. Io preferirei evitarlo, ma ho bisogno di una proposta concreta entro tempi certi.”
La differenza è sottile: non scompare il riferimento al rischio, ma cambia la postura illocutoria. Non è più un colpo, è un vincolo dichiarato.
Esempio 3: “Mi scusi”
In mediazione le scuse sono spesso fraintese.
- Illocuzione: espressivo (riconoscimento di un torto o di un effetto).
- Perlocuzione: può essere sbloccante oppure irritante (“Ora che mi chiedi scusa pensi di cavartela?”).
Il punto, qui, è che le scuse funzionano quando si chiarisce a che cosa si riferiscono:
- “Mi scuso per il danno” (responsabilità),
- “Mi scuso per come sono andate le comunicazioni” (relazione),
- “Mi scuso per i tempi” (organizzazione).
Non tutte le scuse implicano la stessa cosa, e non tutte sono negozialmente “possibili”.
Esempio 4: “Va bene, facciamo così” Un accordo nasce spesso da una sequenza di commissivi: “Io faccio X se tu fai Y”. La mediazione è un laboratorio di questi atti: perché trasformare posizioni in interessi significa anche trasformare parole in impegni. E qui si vede una differenza profonda rispetto al processo: la sentenza “accade” alle parti; l’accordo, invece, è un oggetto di valore che prende forma nella lingua delle parti.
Un criterio pratico: scegliere parole che non sabotino l’obiettivo
Se l’obiettivo della mediazione è (quando lo è) la trasformazione verso un accordo, allora alcune scelte linguistiche sono strutturalmente “opponenti”. In genere hanno un effetto che sabota la trasformazione verso l’accordo: le etichette morali (“disonesto”, “parassita”, “incapace”), gli assoluti (“sempre”, “mai”), le diagnosi intenzionali (“lo fai apposta”), le formule che impongono un aut-aut immediato.
Non perché siano “false” in senso logico (non è questo il punto), ma perché producono perlocuzioni prevedibili: difesa, contro-attacco, fuga.
Al contrario lavorano verso il raggiungimento dell’accordo le descrizioni situazionali (“è successo questo”), le richieste chiare (“ho bisogno di…”), le aperture condizionali (“se…, allora…”), i commissivi progressivi (“posso fare il primo passo, se…”).
Molti atti illocutori che si usano spesso -senza vera consapevolezza- sono già micro-dispositivi di far fare.
Un direttivo (“mi dica entro quando può pagare”, “mi mandi i preventivi”, “facciamo una prova: ipotizziamo due scenari…”) non è soltanto una richiesta: è un tentativo di orientare l’altro verso un’azione, e quindi di trasformare la scena.
Un commissivo (“mi impegno a…”, “posso garantire…”, “se tu fai X io farò Y”) non è solo un contenuto: è un frammento di contratto, un modo di ridurre l’incertezza e rendere credibile una traiettoria.
Perfino un assertivo può diventare manipolatorio (in senso tecnico) quando non mira tanto a descrivere quanto a far vedere una certa realtà come inevitabile o ragionevole (“in giudizio il rischio è…”, “i tempi saranno…”, “questa è la prassi…”).
Detto altrimenti: tra pragmatica e semiotica narrativa c’è continuità. Le parole non producono solo effetti psicologici (perlocuzioni), ma possono costruire condizioni, mandati, promesse e vincoli: pezzi di programma che rendono possibile — o impossibile — la trasformazione del conflitto.
Verso il prossimo post
Fin qui abbiamo guardato la mediazione con le lenti della pragmatica: le parole non come semplice descrizione, ma come atti che producono effetti, orientano il clima, aprono o chiudono possibilità.
Nel prossimo post proviamo a fare un passaggio ulteriore tornando nel cuore della semiotica generativa: la manipolazione. Non nel significato ordinario e quotidiano (inganno), ma nel senso tecnico greimasiano: il modo in cui, dentro un’interazione, un soggetto tenta di mettere in moto l’altro, di far nascere un voler fare o un dover fare, di assegnare un valore all’oggetto della ricerca e di renderlo desiderabile o inevitabile.
Sarà un punto di incrocio naturale con due prospettive che, in mediazione, diventano immediatamente operative:
- da un lato, i regimi di interazione di Landowski, per capire quando l’incontro procede per programmazione, per aggiustamento, per incidente o per manipolazione;
- dall’altro, la teoria della persuasione di Perelman, per osservare come l’adesione a una proposta non dipenda solo da “argomenti corretti”, ma da valori condivisi, immagini del ragionevole e costruzione dell’uditorio.
Continua la serie “Mediazione e Semiotica Narrativa”.