La competenza modale: cosa manca quando la mediazione si blocca

Voler fare, dover fare, saper fare, poter fare — e gli stalli che nascono dai loro deficit

Il problema dello stallo

Al tavolo della mediazione le posizioni sono spesso già formate: chi è seduto di fronte ha torto, o deve pagare, o non pagherà mai. Tutto sembra in ordine — le parti ci sono, il conflitto è chiaro, la posta è definita. Eppure la seduta non decolla: i silenzi si allungano, le affermazioni si ripetono, le proposte non trovano risposta. Attribuire tutto questo alla malafede è un errore di diagnosi: almeno una delle parti, spesso entrambe, non ha ancora acquisito quello che le serve per agire.

Il καιρός che abbiamo descritto nel post precedente presuppone qualcuno che sia in grado di coglierlo: un soggetto che sa cosa vuole, che può valutare le alternative, che ha sufficiente fiducia nel processo da rischiare un passo verso l’altro. La riforma Cartabia (D.lgs. 149/2022) ha trasformato il primo incontro in mediazione effettiva proprio perché un incontro meramente procedurale lascia le parti senza le condizioni minime per costruire quella disponibilità.1 Quando queste condizioni mancano, il momento opportuno può presentarsi e passare inosservato, perché la parte non è attrezzata per riconoscerlo, o lo riconosce ma non può agire.

Nello schema narrativo canonico di Greimas, la fase che precede la performanza si chiama competenza. Indica l’insieme delle modalità che il soggetto deve aver acquisito per poter agire il suo programma narrativo: voler fare, dover fare, saper fare, poter fare. Nessuna delle quattro è sufficiente da sola, perché la performanza richiede una combinazione che dipende dal tipo di azione — e gli stalli che si producono al tavolo di mediazione sono quasi sempre stalli di competenza.

Questo post prova a leggere quegli stalli con più precisione, partendo da una domanda semplice: quando una mediazione si blocca, cosa manca esattamente?


La competenza nello schema greimasiano

Nello schema narrativo canonico, la competenza non è una fase accessoria: è la condizione senza la quale la performanza non può avere luogo. Prima che il soggetto trasformi lo stato delle cose, deve aver acquisito ciò che gli serve per farlo — e questa acquisizione è modale: riguarda il tipo di relazione che il soggetto intrattiene con la propria azione.

Greimas individua quattro modalità fondamentali, che conviene introdurre separatamente anche se nella pratica si presentano sempre combinate.

Il voler fare è la modalità del desiderio: il soggetto ha un obiettivo, una direzione, qualcosa verso cui tende. Senza voler fare non c’è programma narrativo, perché non c’è un soggetto che si orienta verso una trasformazione. Al tavolo della mediazione il voler fare non è sempre quello dichiarato: spesso ciò che una parte enuncia è un oggetto di valore — «voglio il risarcimento» — senza che si sia ancora formato un voler fare orientato verso la mediazione come percorso per ottenerlo, e senza che il bisogno più profondo abbia trovato formulazione — «voglio che riconoscano che avevo ragione», «voglio poter dormire tranquillo».

Il dover fare è la modalità dell’obbligo: il soggetto è soggetto a una pressione esterna che orienta o vincola la sua azione. Il dover fare è imposto dall’esterno — da una norma, da un contratto, da un rapporto di forza, da un’aspettativa sociale — anche quando il soggetto lo ha interiorizzato al punto da non percepirlo più come vincolo. Nel processo il dover fare è la modalità dominante: le parti agiscono perché la procedura lo richiede, entro i termini che la procedura fissa.

Il saper fare è la modalità della conoscenza operativa: il soggetto conosce i mezzi, le strade, le alternative disponibili. Sa come si fa quello che vuole fare. In mediazione il saper fare ha una componente tecnica — conoscere il valore della propria posizione giuridica, le alternative all’accordo, i costi comparati del processo — e una componente negoziale: saper leggere le offerte dell’altro, saper formulare proposte che l’altro possa accettare.

Il poter fare, infine, è la modalità della possibilità concreta: il soggetto dispone delle risorse, dell’autorità e della libertà necessarie per agire. Non basta volere e sapere se non si può: chi non ha liquidità per offrire un pagamento immediato, chi non ha il mandato per concludere un accordo, chi è vincolato da istruzioni di un assicuratore o di un superiore, si trova in un deficit di poter fare che blocca la performanza indipendentemente dalle altre modalità. Il legislatore ha preso sul serio questo problema: il riformato art. 8 D.lgs. 28/2010 richiede che i rappresentanti siano «muniti dei poteri necessari per la composizione della controversia», riconoscendo che un delegato senza autorità decisionale non può agire — qualunque cosa voglia o sappia.2

La performanza richiede una combinazione sufficiente di tutte e quattro. La soglia varia a seconda del tipo di azione — concludere un accordo di mediazione richiede una combinazione diversa dal resistere fino alla sentenza — ma nessuna modalità può essere del tutto assente senza che l’azione si blocchi o degeneri. Il soggetto che vuole senza sapere produce tentativi inconsulti; quello che sa senza volere rimane paralizzato; quello che vuole e sa senza poter agire è frustrato. Gli stalli più frequenti al tavolo di mediazione corrispondono esattamente a questi deficit modali — e identificarli con precisione è il primo passo per lavorarci sopra.


Gli stalli: una mappa per modalità

Intervenire su uno stallo richiede prima di tutto di capire quale modalità manca, perché uno stallo da deficit di voler fare si sblocca in modo diverso da uno stallo da deficit di poter fare, e applicare la tecnica giusta al problema sbagliato consuma tempo e fiducia senza produrre nulla. Quella che segue è una mappa delle configurazioni più ricorrenti al tavolo, letta attraverso le quattro modalità greimasiane. Greimas le ha elaborate lavorando su testi narrativi: applicarle agli stalli della mediazione è una trasposizione, non un’applicazione diretta. Il lettore la tratti come tale — uno strumento per leggere situazioni che resistono alle categorie abituali, non una tassonomia da applicare meccanicamente.

Lo stallo da voler fare assente o irrisolto. La parte siede al tavolo perché deve — perché la mediazione è condizione di procedibilità, perché l’avvocato l’ha convinta, perché il giudice l’ha delegata — ma non ha ancora un obiettivo autentico verso cui orientarsi. L’oggetto di valore dichiarato («voglio il risarcimento», «voglio che smettano di disturbarmi») è una posizione irrigidita che copre qualcosa di meno formulato — un bisogno di riconoscimento, una paura che nessuno ha ancora nominato, un interesse che la parte stessa non ha ancora distinto dalla sua pretesa — senza che si sia ancora formato un voler fare orientato verso la mediazione come percorso per ottenerlo. Finché il voler fare profondo non emerge e non trova una direzione praticabile, la mediazione non decolla, perché non c’è un programma narrativo autentico su cui lavorare. Il compito del mediatore, in questo caso, è creare le condizioni perché la parte possa formulare, anche solo per sé stessa, cosa vuole davvero — prima ancora di orientarla verso un accordo.

Lo stallo da dover fare soffocante. La parte ha un voler fare, magari anche chiaro, ma è sotto una pressione esterna così intensa da non poter ragionare liberamente. Il creditore che deve rispondere all’amministratore delegato entro la settimana, l’assicurato che riceve istruzioni rigide dal proprio liquidatore, il condomino che agisce sotto la pressione degli altri proprietari del palazzo: in questi casi il dover fare ha preso il posto del voler fare e orienta l’azione verso gli obiettivi di chi la vincola, anziché verso quelli della parte. La mediazione rischia di diventare uno scontro tra mandati invece che tra interessi reali, e nessun accordo che nasca da quella dinamica tiene nel tempo, perché le parti lo firmano ma non lo vogliono. Il lavoro preliminare, in questi casi, è creare uno spazio — spesso nella sessione separata — in cui il dover fare smetta di essere l’unica voce presente.

Lo stallo da saper fare insufficiente. La parte non conosce le alternative, non ha gli strumenti per valutare la proposta dell’altro, non sa stimare la solidità della propria posizione giuridica né i costi reali del processo che l’attende se la mediazione fallisce. In questa condizione il voler fare resta sospeso, perché non è possibile scegliere senza sapere tra cosa si sta scegliendo. Lo stallo da saper fare ha spesso una componente asimmetrica: una delle due parti è informata, l’altra no, e questa asimmetria rende impossibile qualsiasi confronto autentico sulle questioni controverse, perché una parte offre sapendo cosa offre e l’altra accetta o rifiuta senza capire cosa sta valutando. Il ruolo dell’avvocato è determinante qui, nella sua funzione di fornitore di saper fare: la parte può sviluppare un voler fare autentico solo se conosce il terreno su cui si muove.3

Lo stallo da poter fare bloccato. È il più difficile da sbloccare, perché richiede spesso un cambiamento esterno alla mediazione stessa. La parte vuole, sa, è pronta a scegliere — ma non può: non ha la liquidità per onorare immediatamente l’accordo che sarebbe disposta a firmare, non ha il mandato necessario perché il vero decisore non è seduto al tavolo, è vincolata da un contratto che non le permette di concedere ciò che l’altra parte chiede. Riconoscere questo stallo presto è importante, perché insistere su una parte che non può agire produce frustrazione in entrambe le direzioni e consuma il tempo che il καιρός richiede. A volte il poter fare si sblocca modificando le condizioni dell’accordo — dilazione, garanzie, suddivisione in più fasi — a volte richiede di sospendere la sessione e convocare chi ha l’autorità che manca. A volte non si sblocca, e riconoscerlo è già un risultato: significa che la mediazione si è chiusa per un impedimento strutturale che il processo non avrebbe rimosso meglio.

La mappa è utile anche perché gli stalli raramente hanno un’unica causa. La configurazione più frequente è quella composita: un deficit di saper fare che produce un voler fare incerto, che a sua volta rende il dover fare esterno ancora più condizionante. Leggere la sequenza permette di intervenire sulle cause anziché sui sintomi.


Processo e mediazione: due modi diversi di gestire la competenza

La distinzione tra processo e mediazione che abbiamo tracciato nei post precedenti — due tipi di tempo, due regimi di trasformazione del conflitto — acquista una precisione ulteriore se la si legge attraverso la competenza modale. Il processo e la mediazione gestiscono in modo radicalmente diverso il problema delle parti che arrivano senza le modalità necessarie per agire, e questa differenza strutturale spiega molto di ciò che accade — e di ciò che non accade — al tavolo.

Nel processo, la competenza delle parti è irrilevante ai fini della decisione. Il giudice accerta i fatti, applica la norma e pronuncia la sentenza a prescindere da quello che le parti vogliono, sanno o possono nel momento in cui il giudizio si chiude. Una parte può non aver mai voluto davvero stare in giudizio, può non aver capito le implicazioni della propria posizione, può essere priva dei mezzi per adempiere a ciò che la sentenza dispone: la pronuncia è valida e vincolante in ogni caso, perché il processo è costruito precisamente per produrre una decisione anche in assenza di accordo tra le parti. Il deficit modale della parte è un problema suo, sul piano esecutivo, ma non tocca la validità dell’atto giurisdizionale.

In mediazione la struttura è opposta. L’accordo di conciliazione esiste solo se le parti lo producono, e le parti possono produrlo solo se hanno acquisito le modalità necessarie per agire. Un accordo firmato da una parte che non sapeva cosa stava scegliendo, o che non aveva l’autorità per farlo, o che era sotto una pressione così intensa da non poter ragionare liberamente, è un accordo fragile: spesso non viene rispettato, talvolta viene impugnato, quasi sempre lascia un residuo di conflitto che riaffiora. La competenza modale delle parti, in mediazione, è la condizione di tenuta dell’accordo — prima ancora che la condizione della sua formazione.

Da questa differenza discende una conseguenza pratica che non è sempre esplicitata nella letteratura tecnica. Nel processo il mediatore istituzionale è il giudice, che gestisce il tempo e la procedura ma non si occupa delle condizioni soggettive delle parti. In mediazione il mediatore ha un compito in più: costruire, durante la procedura, le condizioni modali che le parti non hanno portato con sé. Quando una parte arriva senza voler fare autentico, senza saper fare sufficiente, senza poter fare adeguato, la mediazione funziona se riesce a far acquisire quelle modalità nel corso degli incontri, prima che il momento opportuno si presenti. È questo il senso più preciso di quello che nel post precedente abbiamo chiamato il tempo della mediazione: un tempo che deve essere abbastanza lungo e abbastanza plastico da consentire un’acquisizione modale che nel processo semplicemente non è richiesta.

La competenza, in questa lettura, è la vera posta in gioco della fase iniziale della mediazione: quello che si guadagna o si perde nei primi incontri non è ancora l’accordo, ma la possibilità che un accordo autentico diventi raggiungibile — perché le parti hanno acquisito le modalità che all’ingresso non avevano. La competenza modale è anche il criterio con cui valutare se una mediazione ha lavorato bene, a prescindere dall’esito formale. Una mediazione che si chiude senza accordo ma in cui entrambe le parti hanno acquisito una comprensione più chiara dei propri interessi, delle alternative disponibili e dei vincoli reali, ha prodotto qualcosa che il processo difficilmente avrebbe dato. Una mediazione che si chiude con un accordo firmato da parti che non avevano le modalità per scegliere liberamente, ha prodotto carta.


L’acquisizione modale in azione: il caso delle infiltrazioni

Il condomino che ha citato il proprietario del piano di sopra per le infiltrazioni arriva al tavolo con una configurazione modale tipica degli stalli compositi che abbiamo descritto: un oggetto di valore dichiarato («voglio il risarcimento») senza che il voler fare orientato verso la mediazione come percorso per ottenerlo si sia ancora formato, un saper fare parziale perché non conosce ancora i costi reali di un processo né la solidità tecnica della propria posizione, un dover fare condizionante perché l’avvocato gli ha detto che deve tentare la mediazione prima di andare avanti, e un poter fare che può essere compresso per ragioni diverse a seconda della situazione concreta: chi ha già anticipato la spesa di riparazione non può accettare soluzioni parziali o dilazionate senza subire una perdita reale; se una delle parti è assicurata, il suo margine di manovra dipende da ciò che il liquidatore è disposto ad autorizzare, e quel vincolo agisce al tavolo anche quando il liquidatore non è presente.

L’altro condomino porta al tavolo uno stallo di tipo diverso. Il suo saper fare è orientato a sostenere la propria posizione — conosce lo stato del proprio appartamento, gli interventi eseguiti o meno — ma non necessariamente a valutarla: se la causa tecnica del danno fosse diversa da quella che ritiene, o se ne discendesse una responsabilità che non ha ancora misurato, quella parte del saper fare gli manca. Il voler fare è il nodo più complesso: c’è una spinta reale a chiudere, perché convivere con il conflitto nel condominio ha un costo quotidiano, mentre ammettere la responsabilità ha implicazioni che vanno oltre questo tavolo — un precedente che vincola rispetto a danni futuri, un segnale che condiziona i rapporti condominiali nel tempo. Le due spinte si contraddicono, e questa divisione interna è già uno stallo da voler fare composito prima ancora che la trattativa cominci.

La mediazione non può partire da nessun confronto autentico finché queste configurazioni restano immutate. Il mediatore che apre subito una trattativa sulle cifre sta lavorando sulle posizioni invece che sulle modalità che renderebbero quelle cifre negoziabili, e quasi certamente incontra uno stallo dopo poche proposte.

Quello che può accadere, invece, è una sequenza di piccole acquisizioni modali che la trattativa rende possibili solo se il tempo è abbastanza plastico da contenerle. Nel momento in cui il mediatore chiede al condomino di spiegare cosa è successo — la vicenda, prima della pretesa — e lascia che il racconto si dispieghi senza interruzioni, sta creando le condizioni perché il voler fare profondo cominci ad emergere: spesso è il riconoscimento che il disagio vissuto era reale e meritava attenzione, più ancora che il denaro. Quando l’avvocato interviene per chiarire i termini tecnici del danno da infiltrazione e i precedenti giurisprudenziali rilevanti, sta fornendo saper fare a una parte che ne era priva, e quella parte esce da quella spiegazione con un voler fare più preciso e un poter fare più consapevole. Quando il mediatore propone una sessione separata con la seconda parte, cambia qualcosa nel modo in cui quella parte sta nel processo: non c’è più la controparte di fronte, non c’è la pressione del confronto diretto, e il dover fare — l’obbligo legale, le istruzioni ricevute, l’aspettativa di chi non è seduto al tavolo — perde per un momento la sua presa esclusiva. È spesso in quello spazio, più che nella trattativa aperta, che il voler fare composito trova una direzione.

Ogni acquisizione modale è un passo verso le condizioni necessarie perché il καιρός possa presentarsi. Non perché le parti abbiano risolto il conflitto, ma perché hanno acquisito abbastanza delle modalità necessarie da poter riconoscere il momento in cui un accordo è raggiungibile e agire su di esso. Il mediatore che ha seguito questa sequenza non ha convinto nessuno di nulla: ha gestito il tempo e lo spazio in modo da rendere possibile un’acquisizione che le parti non avrebbero fatto da sole, in un’aula di tribunale, dentro il ritmo rigido del χρόνος.

Questo è il senso operativo della competenza come condizione della performanza: quando le parti firmano, qualcosa è già accaduto prima di quel gesto — nei momenti in cui ciascuna ha capito qualcosa che non sapeva, ha trovato una direzione che non aveva ancora formulato e ha riconosciuto che lo spazio per un accordo era più ampio di quanto credesse all’avvio della procedura. La firma registra quella trasformazione, non la produce — ed è per questo che un accordo che nasce da un’acquisizione modale reale tiene nel tempo, mentre uno concluso senza che quelle condizioni si fossero formate lascia aperto ciò che avrebbe dovuto chiudere.


La competenza come posta in gioco

Il caso delle infiltrazioni condominiali ha mostrato qualcosa che vale la pena rendere esplicito, perché riguarda non solo come la mediazione funziona ma cosa il mediatore stia effettivamente facendo quando lavora bene.

Le parti che siedono al tavolo non arrivano con le modalità già formate in modo sufficiente per agire. Arrivano con configurazioni modali parziali, contraddittorie, spesso opache a se stesse: un voler fare che non ha ancora trovato la propria direzione autentica, un saper fare che valuta la propria posizione ma non quella dell’altro, un dover fare che in certi casi occupa tutto lo spazio che il voler fare dovrebbe abitare, un poter fare che dipende da vincoli che la parte non controlla e talvolta non dichiara. Trattare le cifre in queste condizioni è prematuro per ragioni strutturali: non ci sono soggetti modalmente attrezzati su cui appoggiarla.

La mediazione che funziona costruisce quelle condizioni nel corso della procedura. Il mediatore è il soggetto che governa la sequenza delle acquisizioni modali: sa che certe domande vanno fatte prima di altre, che certe informazioni vanno fornite prima che certe offerte vengano formulate, che la sessione separata serve a creare lo spazio in cui il dover fare smette di essere l’unica voce presente. Questa sequenza ha una logica narrativa che segue lo schema canonico: la performanza — l’accordo — non può avvenire senza che la competenza sia stata acquisita.

Da questo segue un criterio di valutazione che non coincide con l’accordo. Una mediazione che produce acquisizione modale senza accordo ha lavorato bene: ha portato le parti in una posizione in cui sanno cosa vogliono davvero, possono valutare le alternative, hanno riconosciuto i limiti di quello che ciascuna può offrire. Quella conoscenza non scompare quando la seduta si chiude senza firma; resta disponibile per l’eventuale ripresa del confronto, e cambia la qualità dell’eventuale giudizio perché chi va avanti con il processo lo fa sapendo cosa lascia sul tavolo. Una mediazione che produce accordo senza acquisizione modale — perché una parte era esausta, o mal consigliata, o sotto una pressione che non ha avuto spazio per nominare — ha prodotto un atto senza fondamento. L’accordo tiene nella misura in cui le condizioni che lo hanno reso possibile erano reali.

La fase iniziale della mediazione ha un peso sproporzionato rispetto alla sua durata proprio per questa ragione — almeno nell’ottica dello schema narrativo canonico, che subordina la performanza all’acquisizione della competenza.4 È lì che si costruisce o si disperde la condizione perché le parti possano arrivare a un accordo che reggano: il tempo che il mediatore dedica a costruire le condizioni modali invece di andare direttamente alla trattativa non è tempo sottratto alla mediazione. È la mediazione.

Resta aperta una questione. Due parti che hanno acquisito le modalità necessarie per agire non sono ancora due parti che condividono un terreno semantico su cui costruire un accordo. Sanno cosa vogliono, possono e devono fare. Ma le parole che usano per descrivere il conflitto, i valori che attribuiscono agli stessi eventi, i criteri con cui leggono una proposta dell’altro — tutto questo può divergere in modo così radicale da rendere impossibile qualsiasi confronto autentico. La semiotica chiama questa divergenza scontro di isotopie: configurazioni di senso coerenti al loro interno ma incompatibili tra loro, che producono conversazioni in cui le parti si capiscono grammaticalmente e si fraintendono semanticamente. Lavorare su questo livello — costruire un terreno semantico parzialmente condiviso come condizione dell’accordo — è il compito del post successivo.


  1. M. Buzio, Il primo incontro di mediazione e l’obbligo di cooperare in buona fede e lealmente, Studio n. 3/2024M, Consiglio Nazionale del Notariato, approvato il 15 aprile 2025, in CNN Notizie n. 80, 29 aprile 2025, §§ 1-4. ↩︎

  2. M. Buzio, op. cit., § 5. Il riferimento normativo è l’art. 8 comma 4 D.lgs. 28/2010 come modificato dal D.lgs. 149/2022. ↩︎

  3. Sul ruolo dell’avvocato come fornitore di saper fare si veda M. Buzio, op. cit., § 8: il mediatore deve distinguere tra posizioni e interessi e portare questi ultimi alla luce attraverso sessioni separate in cui le parti possono aprirsi senza svelare informazioni confidenziali — funzione che, nella lettura qui proposta, presuppone che almeno una delle parti disponga degli strumenti per riconoscere i propri interessi reali. ↩︎

  4. Il modello della negoziazione per principi sviluppato dall’Harvard Negotiation Project (R. Fisher, W. Ury, Getting to Yes: Negotiating Agreement Without Giving In, Houghton Mifflin, 1981; ed. it. L’arte del negoziato, Corbaccio, 2005) adotta una prospettiva diversa: porta direttamente la trattativa sugli interessi senza presupporre una fase preliminare di costruzione modale, e il lavoro del mediatore è orientato fin dall’inizio alla generazione di opzioni negoziali. Il modello trasformativo (R.A.B. Bush, J.P. Folger, The Promise of Mediation: Responding to Conflict Through Empowerment and Recognition, Jossey-Bass, 1994) condivide con l’approccio greimasiano la diffidenza verso la spinta diretta all’accordo, ma diverge su due punti strutturali: il mediatore segue ciò che emerge dalla conversazione senza una sequenza prestabilita, invece di governare un percorso di acquisizione modale; e l’accordo non è il τέλος del processo ma un possibile effetto collaterale, mentre la trasformazione relazionale delle parti — la loro capacità di stare nel conflitto con maggiore forza e apertura reciproca — è il risultato atteso. Un terzo approccio, il modello fondato sulla comprensione (G. Friedman, J. Himmelstein, La mediazione attraverso la comprensione, Milano 2012, citati in M. Buzio, op. cit., § 8), condivide con l’approccio greimasiano la premessa che le parti debbano acquisire consapevolezza prima di poter concludere un accordo autentico, ma orienta questo percorso verso la comprensione reciproca degli aspetti della controversia piuttosto che verso l’acquisizione di modalità specifiche. ↩︎