Mediazione e Processo: due modi di raccontare lo stesso conflitto

Una lettura semiotico-narrativa della mediazione civile italiana

Introduzione

Quante volte nel presentare le differenze tra una via processuale alla soluzione dei conflitti ed una invece alternativa, fondata sulla mediazione ci è capitato di dover affrontare, da avvocati e consulenti, gli sguardi perplessi e dubbiosi di potenziali clienti?

I conflitti sono quotidiani, spesso improvvisi, imprevisti ed imprevedibili. Immaginiamo una tra le più tipiche controversie condominiali, quella che può insorgere tra due proprietari confinanti a causa di una grave infiltrazione d’acqua. I danni, evidenti e fastidiosi. Le spese per le riparazioni il più delle volte ingenti. L’urgenze dell’intervento come sale su ferite che gli avvocati prontamente contattati non possono che tamponare.

Però un conflitto così comune può seguire strade diverse nei presupposti e nelle modalità di possibili soluzioni. La prima, la più ovvia, quella che porta dritti nelle aule del Tribunale competente, dove dopo anni di schermaglie verrà pronunciata la sentenza che probabilmente metterà fine alla controversia. La seconda, meno scontata, porta invece davanti ad un mediatore ed intorno ad una tavolo dove le parti in conflitto possono provare ad esplorare strade differenti per raggiungere una soluzione che essi, e non altri, ritengono soddisfacente.

Un conflitto, due strade e soprattutto due storie potenzialmente molto diverse.

Il conflitto come narrazione.

Le controversie giuridiche, osservazione banale, non sono altro che conflitti. E in conflitti a loro volta non sono altro che storie che possono come tali essere raccontate in modi differenti.

In questo contesto il processo e la mediazione non sono solo due procedure alternative per la risoluzione della lite. Essi sono piuttosto due narrazioni del conflitto completamente opposte, ciascuna con la propria grammatica, i propri personaggi e il proprio finale.

Nel Processo la storia viene raccontata secondo lo schema del giudizio: un’autorità superiore, terza e lontana dalle parti, quasi irraggiungibile, ascolta le versioni dei litiganti e, dopo un agone più o meno lungo e complesso, decreta il torto e la ragione. Il Tribunale è il luogo di questa narrazione, con regole formalizzate e cristallizzate, un linguaggio che non è quello dei litiganti, i suoi tempi e la sua solennità. È una strada che porta ad un finale che non è prodotto dalle parti, ma dal sistema. La sentenza.

Nella mediazione invece la storia si racconta nel genere della trasformazione: i protagonisti sono i litiganti, come nel processo, ma essi parlano con la loro voce. Non davanti ad un giudice con potere di sanzionare, ma davanti ad un facilitatore il cui ruolo è quello di guidare i protagonisti in un percorso che (a volte) può portare ad un finale condiviso. Non una sentenza, ma un accordo. Per definizione accettato e ritenuto soddisfacente dalle parti, perchè dalle stesse confezionato mediante la trasformazione delle posizioni in interessi e degli interessi in concrete soluzioni.

I procedimenti giuridici possono essere rappresentati come strutture narrative. E questo approccio consente di usare gli strumenti della semiotica narrativa nel tentativo di analizzare con prospettiva nuova le differenze tra mediazione e processo civile.

Una narratologia giuridica?

Un primo passo nel tentativo di ricondurre a strutture narrative definite processo civile e della mediazione non può che essere verso quei modelli che sono stati definiti ed elaborati da Algirdas Julien Greimas 1, il padre della semiotica generativa. In questi modelli ritroviamo elementi che potremmo definire come la grammatica universale delle narrazioni: i soggetti che agiscono, l’obiettivo verso il quale tendono, chi o cosa li aiuti o vi si opponga, chi o cosa assegna ai soggetti l’iniziativa di procedere verso l’obiettivo e infine chi o cosa beneficia del risultato finale del percorso. Sicuramente chiunque è in grado di individuare in questi pochi concetti quegli elementi che sono propri di qualunque conflitto. Uno schema, noto come schema attanziale, che non perde la sua efficacia come strumento di indagine nemmeno quando applicato ai procedimenti giuridici (costrutti narrativi a tutti gli effetti).

Nel processo, il soggetto principale è il Giudice: è lui che riceve l’investitura dalla Legge (e assume il ruolo di destinante giudicatore) e che tende verso il suo obiettivo, la sentenza, con la quale sanziona il risultato finale di una narrazione nella quale le parti, paradossalmente, non sono che elementi secondari. Esse operano al massimo come aiutanti e/o opponenti, prima, e di destinatari (della sanzione, nella forma di sentenza) poi. In nessun caso assumendo un ruolo attivo e invece assumendo sempre un ruolo passivo, caratterizzato dal dover fare (dover adeguarsi alla volontà del Giudice).

Nella mediazione, lo schema è rovesciato. Lo schema attanziale che nel processo abbiamo visto fortemente asimmetrico, qui si palesa in una forma orizzontale e tendenzialmente simmetrica, in cui le parti assumono il ruolo di destinanti perchè scelgono di voler seguire il percorso di mediazione 2, di Soggetti —che insieme tendono al loro Oggetto di valore (condiviso) nella forma dell’accordo— e infine di destinatari, perchè entrambi raggiungono (o non raggiungono) il successo finale. In questo schema il mediatore, facilitatore neutrale, assume il ruolo di aiutante per entrambe le parti. Gli avvocati, invece, rispettivamente aiutanti ciascuno per il proprio assistito e opponenti per la propria controparte.

Paradigmi diversi e opposti di Giustizia.

Nel processo la giustizia è concepita come attribuzione di torto e ragione, colpa e responsabilità secondo uno schema retributivo (se vi è un danno, deve essere assegnata una responsabilità). Nella mediazione invece prevale un paradigma riparativo mediante la trasformazione ed il superamento dello schema del torto e della ragione nella forma della sintesi condivisa dell’accordo. Lo schema attanziale di Greimas ci aiuta ad orientarci, diventa una sorta di mappa, e ci consente, proveremo a farlo nei prossimi post della serie, di scoprire come l’uso delle parole nei due procedimenti trasforma la realtà in modi di cui da avvocati dovremmo essere sempre consapevoli. E di come lo stesso modo di argomentare nei due modelli ne sia influenzato radicalmente.

Da Mediatore comprendere la struttura narrativa della mediazione può aumentare la consapevolezza delle dinamiche di trasformazione che si verificano intorno al tavolo della mediazione. Da Avvocato, controllare il modo in cui si partecipa alla narrazione (sia essa processuale o “in mediazione”) permette di adattare le proprie strategie e aumentare l’efficacia del proprio intervento. Da Parte in conflitto, capire le regole della “storia” in cui si sta entrando può aumentare la consapevolezza delle scelte e dei ruoli che si intende interpretare, assumendo rischi e massimizzando vantaggi.

Questo è il primo articolo di una serie dedicata a Mediazione e Semiotica Narrativa.


  1. Non posso non suggerire A.J. Greimas “Sémiotique et sciences sociales”, 1976, Le Seuil- Éditions du Seuil (in Italia edito come “Semiotica e Scienze Sociali”, 1991, Centro Scientifico Editore) e, per una introduzione alla semiotica generativa F.Marsciani e A. Zinna “Elementi di Semiotica Generativa. Processi e sistemi della significazione”, 2022, Società Editrice Esculapio. ↩︎

  2. Un primo destinante è certamente anche nella mediazione la figura del Legislatore, che descrive il procedimento di mediazione e ne traccia modi e confini; ma è un destinante che si ritira, tende a scomparire, a lasciare spazio al voler fare degli altri soggetti. ↩︎